il giardino segreto di Ferrara .231

C'e' un rettangolo verde cinto da mura nel cuore medievale della mia citta', Ferrara.

  Abbandonato da tanti anni era un luogo dove andavo a fare visita alla persona che lo curava: sgarrupato, certo e molto bello. Lei ricordava mia nonna e me ne parlava; erano state colleghe a scuola, lei insegnava arte e mia nonna, arpista, insegnava musica. Se la ricordava in gita correre su un prato di montagna tra l'erba alta e un po' pungente. Immagino mia nonna divertita ed impassibile.

  Qualche tempo addietro mi era stato chiesto di fotografare quel giardino per un libro che doveva nascere dedicato agli orti nascosti della citta', un libro che per ragioni importanti non fu mai realizzato. Restavano il giardino e le fotografie mentre la persona che lo curava diventava molto anziana e, senza piu' le sue cure, il giardino veniva abbandonato.

  Questa mattina ho chiesto ai proprietari di poterlo riportare ad una nuova bellezza. Se lo vorranno, comincera' su questo blog un bel racconto alla fine del quale i lettori potranno seguire il pettirosso, ritrovare la chiave perduta ed entrare nel giardino segreto.  

come .230

Un giardino e' un giardino aperto
(la mano aperta)
ecco, si, un giardino e' una mano aperta

erbario / una pagina lunga un anno .229













Diversi anni fa, ancora al college, il terzo giorno di ogni settimana si dovevano imparare i doppi nomi latini di dieci piante; un'impresa vista la somiglianza di alcune di esse, es: le Felci... Alla volta delle felci, appunto, confessai al professore quanto fosse difficile imparare le differenze di un margine dall'altro e lui: "Quanto di piu' diverse"... in tutta risposta. Era un professore e inglese.

  Capii che nella vita occorre aguzzare la vista e sopprattutto l'ingegno, applicando l'antica norma della nonna materana di un compagno di universita' che riporta una saggezza popolare: "Quando non sai, inventa".

  Cosi' ho scoperto che la mia pronuncia latina, esotica alle orecchie degli inglesi per i quali euchera diventava nella loro bocca iuchira e nel tornare con me euchera si fissava nei caratteri lapidari dell'ammirazione, avrei potuto, si, inventare. Arma a doppio taglio, come verificavo ad ogni passeggiata ad Hampstead Heath: nominavo le piante per il piacere di ricordarle ed anche perche' viene davvero naturale, una volta appresi i nomi, accostarli alle piante via via che le si incontra, e chi era con me immancabilmente diceva che avrei potuto pronunciare qualsiasi nome che tanto non avrebbe fatto differenza, anche dunque inventarlo. Ingrati.

  La fatica di un anno intero di nomi appresi doveva diventare un erbario che ne raccogliesse alcuni, i preferiti, ed io ne feci uno colorando le loro piante con i petali, strofinandoli sulla pagina, il verde dalle foglie ed il marrone dalla corteccia dei ramoscelli. 

  Come in tutte le cose, il disegno complessivo ha sempre il fascino della sua paziente costruzione e vedere tutte le pagine l'una accanto all'altra mi fa sempre piacere ogni volta che si apre la pagina lunga un anno che tutte le raccoglie.

aree di prato .228









Aree di prato che il tagliaerba non riesce a tagliare

horizons .227


Quando si parla di prati si pensa ai concerti, alle manifestazioni, alle giornate di sole, alla neve, al vuoto tra un boschetto e l'altro e tra una via e l'altra, dove si cammina per arrivare da un luogo all'altro, guardando in basso, guardando l'erba, e si arriva dall'altra parte del prato. Allora mi volto indietro e guardo il prato. Ecco, guardare il prato prima di attraversarlo, e' qualcosa che si apprende.

  Un campo.
Invece di immaginarlo dall’alto come fossimo uccelli vedendone immediatamente solo la geometria che disegna le proprie forme perimetrate dai desired paths, pensare a cio’ che succede tra me e cio’ che mi sta davanti. Cio' che va da me al sentiero in lontananza. Da me ad ognuno di quei desired paths che come altrettanti orizzonti marcano e fanno cominciare il campo di nuovo.

  Occorre affidarsi ad unita’ di misura fatte di cio’ che, davanti a me, tiene vivo il mio stupore e su cui imparo a confidare. Vedere il campo secondo delle unita’ di misura prive di finalita' geometrica: unita’ di misura della scoperta.

  Non un riempimento di uno spazio, bensi’ una densificazione di tale spazio.
Spazio-racconto, cominciato prima di me, spazio che io faccio durare, di cui ho cura, la cui forma non mi interessa.

  Proprio perche’ non mi interessa misurarlo, il campo diventa privo di contorno, privo dunque di forma. E' un fatto esperienziale scandito da eventi ed accidenti nella durata che va da me a cio’ che mi sta davanti. Unita’ di misura illimitate ed incommensurabili che nominano il tempo, lo fanno cominciare, lo scandiscono come altrettante sequenze di un racconto. Ecco come il tempo entra nel progetto.

  Questo e’ il potenziale, afferente al racconto, che un campo custodisce. E questo tempo del racconto e’ gia’ simile a un altro tempo, quello delle piante, che crescono, mettono le foglie ed i fiori, mutano la loro forma, dimensione e posizione. Tempo anche mio, non solo mio. Questo carattere aperto del campo. Credo solo cosi’ si possa raccontare tanto dell’amore per la natura.

Piantala! adieu .226

Piantala! Il corso di Garden Design alla sua seconda edizione ha avuto la sua ultima lezione... non so come facciano i professori a sopportare di lasciare gli studenti ogni anno che finisce un corso; ci si affeziona; poi, le mie, sono state solo 12 lezioni...

  Planting Plan:
Composizione delle piante / Drifts / Fillers (Matrix) / Natural Dispersion / Intermingling with accents / Interspersing / Successional Planting / Self seeding (tutto in Inglese per rispetto di chi queste cose le ha create).

  Affezionarsi alle piante perche' da esse, il paesaggio che viene a galla al primo sguardo, non sa staccarsi e il progetto allora si fa mimetico di cio' che si ha negli occhi; c'e' maggiore giustizia e maggiore bellezza in questo.

Richard Mabey .225


. MabeyR., Weeds: How Vagabond Plants Gatecrashed Civilisation and Changed the Way We Think About Nature, LondonProfile Books, 2010. (Erbacce. Come le piante vagabonde sono entrate senza invito nella nostra civilta' e hanno cambiato il nostro modo di pensare alla natura)
. MabeyR., Elogio delle erbacceMilanoAdriano Salani Editore, 2011.

  Queste due indicazioni bibliografiche guidano alla versione inglese ed italiana di uno splendido libro del naturalista inglese Richard Mabey.

  Paiono, in verita', due libri differenti se ci fermiamo al titolo, l'uno elogia le erbacce ironizzando bonariamente sui diffusi fastidio e paura che le erbe selvatiche portano con se', l'altro introducendo come le piante selvatiche si sono introdotte con forza nella nostra civilta' e hanno cambiato il modo in cui noi pensiamo alla natura.

  Il primo e' il titolo di una riunione al te delle cinque, con la sua presunzione di superiorita' rispetto ad una vulgata ignorante che ostracizza le piante selvatiche con il loro portato di pregiudizi (atteggiamento classico di buona parte della letteratura italiana su cio' che concerne la cultura del giardino/frustrazione nei confronti della cultura inglese del giardino?); il secondo e' il titolo che guarda precisamente in faccia qualcosa e chiamandolo con il suo nome, porta dentro di se' una lima, come il pezzo di pane fatto passare attraverso le sbarre.

  Le erbe selvatiche non vengono elogiate perche' non si perde tempo ad elegantemente invitare a casa chi si apre il varco da solo e nella nostra inconsapevolezza ci permette di riposizionarci nel nostro guardare alle cose che ci spaventano.

  Nel risvolto dei pantaloni di un viaggiatore che varca la porta di un aeroporto ci sono semi di piante che arricchiranno l'estensione della stagione di fioritura, che le piante autoctone non riuscirebbero a garantire agli insetti del quartiere, poi della citta' e poi dell'intera regione, non appena quello piu' fortunato trovera' il giusto anfratto nel cemento o nel giardino di casa dove germogliare e crescere. Il punto e' lasciarlo crescere fino alla sua fioritura e alla disseminazione della sua ricchezza aiutandolo affinche' il flusso di quel viaggio non si interrompa.

  Mabey parla di Gatecrash -entrare ad una festa non invitati- perche' a Londra e' nato il Punk e sa quanto le porte non possano fermare le erbe selvatiche perche' le erbe selvatiche sono una cosa sola con la Vita, quella con la V maiuscola che non si ferma, che va avanti e che genera Vita ad ogni soffio di vento.

  Ci sono avvocati oggi alle porte degli aeroporti per aiutare quei semi a passare nei risvolti dei pantaloni e, come scrive un'amica d'oltre mare, "... ad ogni dottore bloccato alla porta di casa, molte vite non potranno ricevere le sue cure."

weed beds .224















"[...] e, alla fine dell'inverno, pettini le erbe."
Cosi' Henk Gerritsen in un biglietto alla sua ultima cliente.

  Indica come pulire le graminacee all'arrivo della primavera, con la mano aperta, a raccogliere tra le dita i filamenti d'erbe, quando febbraio e' gia' il primo mese di primavera.

  Weed beds/aiuole di erbacce

  Siamo oltre il giardino, quando le cose fatte e viste in una vita sono tutta la nostra contentezza e il Libro dell'ospitalita' si e' aperto alla mano.


Piantala! .223

Piantala! seconda edizione
chi l'avrebbe detto che insegnare le cose apprese a Londra+dopoLondra sarebbe stata una bellissima cosa?! Una studentessa e' contenta del corso, ora puo' progettare il proprio giardino. C'est tout.

  Ore di progetto, cerchi disegnati, incastri, combinazioni, altezza-larghezza, successione, il colore quasi non importa piu' e alla fine della decima lezione il giardino e' diverso da quello immaginato; il colore dei fiori lascia il posto alla comunita' vegetale...

  Il giardino scopre la natura da cui proveniva senza saperlo e cui torna ad aprirsi in riconoscenza. Volevo insegnare proprio questo. Le piante indicano come progettare aprendo il disegno ad un'attenzione nuova: la scienza del suolo poi la botanica quindi il progetto di un planting plan dapprima semplice, poi molto complesso.

  Un primo foglio aperto senza un contorno poi il contorno a spigolo e poi curvo. Un secondo foglio aperto senza un contorno e con limiti molto piu' ampi dove la singola pianta cede il passo alla percentuale dei propri esemplari 70%, 20%, 10% e il giardino e' fatto.

  Comincia la matrice e i volti si adombrano, stanno attenti un po' di piu'; si ripete e i volti si rasserenano. Sono cose complesse come un campo d'erba picchiettato di fiori selvatici, un campo dove la strada non c'e' ancora. Cose semplici. Bisogna imparare a dare nomi alle cose che si vedono e ordinare questi nomi in modo che uno e poi l'altro si fissino sul foglio a descrivere quel prato davanti agli occhi secondo gli strumenti del disegno.

  Bisogna partire da cio' che piace, cio' che si e' visto: il bosco, la prateria, il prato di montagna, il muro a secco su cui crescono le piante al sole. La descrizione di queste cose diventa un giardino; il giardino della studentessa che ha appreso a dare nomi alle cose davanti a casa.

  

l'Europa del giardino .222














Articolo da scrivere attraverso la descrizione. Imparare da Richard Long.

  Le fabbriche del bacino della Ruhr sono un pieno cui i giardini storici della regione fanno da contraltare. Ora che quelle fabbriche sono parchi, si coglie la differenza tra le epoche, disegno e disegno.

  La modernità delle fabbriche narrava una durezza che il disegno dei giardini storici per committenti privati porta sotto la superficie della sua leziosità. Ora i parchi delle fabbriche, nel loro discorso aperto parlano la stessa libertà di cui parlano i giardini storici divenuti aperti al pubblico. Il giardino non si tiene entro mura ed anche rompe le mura esistenti, le supera, entra dentro la citta' e le riconcilia avvolgendole in una nuova narrazione dove il muro stesso diventa occasione di gioco. È il contagio della libertà.

  "I remember how you touched the walls of the old smelting work in Duisburg and told me that you learned at school that the Ruhr, with its coal mines and steelworks, is the power of Germany and now you could see and feel it – and realize the metamorphose of the former smelting work to a park." Wolfgang mi invita cosi' a scrivere un testo sul paesaggio della Westfalia e la Renania del Nord. Riprendono le note.

  Il disegno storico è concluso in sè, è guardato dall'alto. Il disegno contemporaneo è aperto, camminato dentro, dettato quasi come descrizione di ciò che si incontra nel camminare senza meta, senza più qualcosa da dire perché la bellezza dell'esistente, che si apre davanti a sè, è così rigenerante da bastare.
Bastare alla persuasione, a tal punto, da diventare necessaria.

  Così il disegno contemporaneo necessita delle occasioni casuali che trova sul terreno nel proprio formarsi e prender queste opportunità come uno scalatore che coglie la fessura più opportuna dove mettere le dita/la fessura dove i semi portati dal vento entrano nell'asfalto e lo popolano in pochi anni, plasmando con il proprio uso del suolo la materia in cui si erano posati.

  Il disegno ha la pazienza di attendere che gli esiti formali dell'immaginazione che lo guida sulla carta trovino le loro proprie vie, le loro occasioni per prender vita. A volte la vita prende forma nell'apertura dei bordi del disegno, i bordi del giardino al pubblico, altre volte nella narrazione che i frammenti -non ricomponibili- lasciati dalla storia scriveranno coinvolti in un uso diverso, nuovo di chi entrerà in quel disegno. Disegno aperto. Disegno che ha imparato dalle erbe spontanee a non racchiudere, a seguire quelle stesse erbe, che escono sempre dal disegno, escono sempre dal giardino.

  Il giardino italiano è sedimentato nella storia dell'architettura; la forma è data.

  Il parco in Nord Westfalia prende forma nell'uso; e' l'uso che misura l'assenza di forme storicizzate che caratterizza la sua spazialità, tutta dunque da nominare e anziché calcare forme precostituite, anziché affermare, si scopre quale attitudine ad una forma che appunto è una forma d'uso, una forma di scambio, forma condivisa. Mi piace pensare cosi'.

  Forma che tiene conto del Tempo, il tempo dei suoi utenti; forma necessariamente aperta, disponibile.

  Lavorare insieme al Tempo. Il Tempo che nella progettazione (partecipata?!), fa risuonare il concetto di capability, quella capacita' che insieme e' anche possibilita', custodite in una sola parola che ha a che fare con il Tempo e la fiducia individuale nel miglioramento della propria condizione di vita; questo ambito in cui la persona si potenzia a partire dalla propria Liberta'.

  Questa è un'apertura nella maglia dell'approccio allo spazio verde attraverso la quale il selvatico, il dimenticato, l'escluso riesce a passare e a germogliare. Questa e' l'Europa del giardino.

Poussin e il leprotto .221


Staccare. Combinare. L'astrazione e' una grande cosa. Si leggono le cose davanti. Si raggruppano per somiglianza. Si staccano quelle che la memoria riconosce piu' adatte e, nel modo che l'immaginazione ritiene piu' funzionale, si combinano altrimenti. Il tutto su un foglio di carta.

  E' un parco che il mio amico Jacopo e io stiamo progettando. Due elementi del nostro paesaggio rurale, margini boschivi e siepi selvatiche, diventano corridoi ecologici. Ovunque vorrei creare siepi selvatiche e margini boschivi -perche' Poussin e' venuto prima di me e io dopo e gliene sono grato- e poi perche', in quel deserto che la campagna coltivata rappresenta per un leprotto, anche per poche decine di metri, nascosto tra siepi basta un metro in meno e la volpe non ti mangia.

  Stacco e combino: l'esperienza del Bosco Claudio Abbado, il margine boschivo che nel 2015 era nato nel quartiere Barco a Ferrara, diventa qui un ponte. Anzi due. Si tendono tra due ampi spazi progettati a bosco attraverso una radura che cosi' si fa sicura per tutti gli animaletti che attraversano la campagna intorno.

  Primo step con l'amministrazione/passato. Sensibilizzare, raccontare, persuadere o Dell'evidenza di cio' che e' bene.

Ecological Planting Design

Ecological Planting Design

Drifts / Fillers (Matrix) / Natural Dispersion / Intermingling with accents/ Successional Planting / Self seeding

What do these words mean? Some principles of ecological planting design. (from the book: "A New Naturalism" by C. Heatherington, J. Sargeant, Packard Publishing, Chichester)


Selection of the right plants for the specific site.

Real structural plants marked down into the Planting Plan. The other plants put randomly into the matrix: No. of plants per msq of the grid, randomly intermingling (even tall plants). Succession through the year.

Complete perennial weed control.

High planting density. Close planting allows the plants to quickly form a covering to shade out weeds.

Use perennials and grasses creating planting specifications that can be placed almost randomly.

Matrix: layers (successional planting for seasonal interest) of vegetation that make up un intermingling (random-scattering) planting scheme: below the surface, the mat forming plants happy in semi-shade, and the layer of sun-loving perennials.

Plants are placed completely randomly: planting individual plants, groups of two, or grouping plants to give the impression of their having dispersed naturally. Even more with the use of individual emergent plants (singletons) that do not self-seed, dispersed through the planting.

An intricate matrix of small plants underscores simple combinations of larger perennials placed randomly in twos or threes giving the illusion of having seeded from a larger group.

The dispersion effect is maintained and enhanced by the natural rhythm of the grasses that give consistency to the design. They flow round the garden while the taller perennials form visual anchors.

Allow self-seeding (dynamism) using a competitive static plant to prevent self-seeders from taking over: Aruncus to control self-seeding Angelica.

Sustainable plant communities based on selection (plants chosen for their suitability to the soil conditions and matched for their competitiveness) and proportions (balance ephemeral plants with static forms and combinations such as clumpforming perennials that do not need dividing: 20% ephemeral, self-seeding plants, 80% static plants) of the different species, dependent on their flowering season (a smaller numbers of early-flowering perennials, from woodland edges, which will emerge to give a carpet of green in the spring and will be happy in semi-shade later in the year, followed by a larger proportion of the taller-growing perennials which keep their form and seed-heads into the autumn and the winter).

Year-round interest and a naturalistic intermingling of plant forms.

Ecological compatibility in terms of plants suitability to the site and plants competitive ability to mach each other.

Working with seed mixes and randomly planted mixtures.

Perennials laid out in clumps and Stipa tenuissima dotted in the gaps. Over the time the grass forms drifts around the more static perennials and shrublike planting while the verbascum and kniphofia disperse naturally throughout the steppe.

Accents: Select strong, long lasting vertical forms with a good winter seed-heads. Select plants that will not self-seed, unless a natural dispersion model is required.
Planes: if designing a monoculture or with a limited palette, more competitive plants may be selected to prevent seeding of other plants into the group.
Drifts: to create drifts of naturalistic planting that are static in their shape over time use not-naturalizing, not self-seeding, not running plants.
Create naturalistic blocks for the seeding plants to drift around. For the static forms select plants that do not allow the ephemerals to seed into them.
Blocks: use not-naturalizing species, in high densities, in large groups.
Select compatible plants of similar competitiveness to allow for high-density planting (to enable planting at high density in small gardens).
Achieve rhythm by repeating colours and forms over a large-scale planting.

garden me

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